L’angelo degli orsi della luna

ANTONELLA MARIOTTI
INVIATA A GENOVA
Così minuta è difficile immaginarla mentre accarezza un orso. Jill Robinson è una signora bionda di cinquantuno anni; è inglese e gira il mondo a raccogliere fondi per gli «orsi della luna», una definizione dolce e poetica che nasconde una tortura terribile: gli animali chiusi in gabbie piccolissime che impediscono anche il più piccolo movimento, un catetere conficcato nel fegato che «munge» la loro bile più volte al giorno, le zampe spesso mutilate, i denti segati per evitare ogni possibile ribellione.Sembrano immagini da una galleria di tortura medioevale, ma sono la realtà di oggi. In Asia le chiamano «fattorie della bile», e sono numerose perché la bile è l’ingrediente di base per molti preparati della medicina tradizionale cinese.La carezza
Era il 1993 quando Jill Robinson entrò per la prima volta in una «fattoria». «Mi ero allontanata dal gruppo e mi ritrovai in una grande stanza – racconta -. In gabbie grandi quanto i loro corpi erano rinchiusi decine di orsi con dei tubi di ferro, quasi tutti arrugginiti, piantati nel ventre: in quelle condizioni gli animali possono sopravvivere per anni, anche decenni. All’improvviso un’orsa allungò un zampa, io la presi tra le mani e guardando quell’animale decisi che cosa avrei fatto nel resto della mia vita». Qualche anno dopo nasceva la «Animal Asia Foundation, la creatura di Jill, che da qualche settimana ha aperto una sede anche a Genova, oltre alla casa madre a Hong Kong, e le filiali di Germania, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti.

«Rimpianti? L’unico è quello di non essere riuscita a salvare quell’orsa», dice mentre le guance le si colorano un po’. Il racconto di Jill è semplice non ci sono toni esasperati o accuse, alza la voce solo quando sottolinea che «non è vero che i cinesi sono crudeli e insensibili, la gente lì è cambiata molto. Oggi ci sono sessanta associazioni in Cina che si battono per i diritti degli animali». Molti degli orsi che vengono liberati hanno tumori al fegato, proprio dovuti alla pratica alla quale per decenni vengono sottoposti. E questo è pericoloso anche per gli uomini. Anche i medici cinesi ormai stanno cercando di informare e di sensibilizzare la popolazione su questo pericolo. «Quella bile presa da animali ammalati può far ammalare chi usa i prodotti che la contengono».

Anni di lotte, di campagne animaliste. E il privato? «Ho avuto un marito per vent’anni, ora siamo separati, e lui ha una carica importante nell’associazione». Ma la vita di Jill sono gli «orsi della luna», chiamati così perché sul petto hanno una specie di falce di luna chiara sul petto.

Jill Robinson ha acquistato il suo primo orso, liberandolo nel 1998. «È stato relativamente semplice trovare i fondi per farlo – ricorda -. È bastato raccontare gli orrori che avevo visto per ricevere denaro da persone semplici e personaggi celebri. Più complicato è stato costruire i rapporti con le amministrazioni locali, convincere a riconvertire le fattorie della bile».

Da pari a pari
Ma questa piccola signora bionda in jeans e maglietta, rigorosamente sponsorizzata Animal Asia, è l’unica in grado di «trattare» con il governo cinese. L’associazione che lei ha fondato è la sola che può entrare nei confini cinesi, così come in quelli del Vietnam e in Corea, perché le fattorie degli orrori sono sparse in tutta l’Asia. Si calcola che siano ventimila gli orsi prigionieri nelle gabbie per la bile, liberi in natura ne restano solo quindicimila, la loro bile viene utilizzata anche fuori dalla medicina: per produrre shampoo, dentifrici, vino e bibite. In Corea quel tipo di orsi, specie protetta tra l’altro, è ormai quasi estinta per l’elevate richiesta di bile. Dal 2000 a oggi sono stati liberati circa 260 orsi nella provincia di Sichuan, l’accordo siglato da Animal Asia e governo cinese prevede la scomparsa delle fattorie della bile. Gli orsi liberati vengono poi «rieducati» nel centro «Moon Bear Rescue».

«È incredibile vedere la loro capacità di ripresa – spiega Jill Robinson -, sono animali traumatizzati, feriti, impauriti. Eppure bastano pochi giorni perché recuperino fiducia e il contatto con i loro simili». Così Bluebell, Bodo, Charley, Chica, Claudia e tanti altri orsi ognuno «battezzato» dai volontari sono come tornati alla vita, ma con segni fin troppo evidenti della prigionia. Come Quantock: ha il muso deturpato da anni di colpi dati contro le sbarre della gabbia, ha perso parte delle orecchie e del naso. «Ma il suo carattere è estremamente gentile – racconta chi l’ha incontrato -. Gioca in continuazione, e la sua fiducia nell’uomo è una lezione per noi ogni giorno».

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One Comment:

  1. carolina stavro

    come si fa a fermare questo schifo>??
    mi domando come un governo a conoscenza di questo scempio che si perpetua ormai da anni non faccia niente. Popolo ? primitivi.

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