Rosie, il cane psicologo “depone” in tribunale

New York, l’animale in aula vicino a una bimba vittima di violenze

di Glauco Maggi

L’esperienza di testimoniare in tribunale contro il proprio padre stupratore è un trauma che replica emotivamente, in pubblico, la violenza subita in privato. Non tutte le vittime, soprattutto se fanciulle minorenni, se la sentono. Ma se c’è un cane che sa il fatto suo, addestrato a dare conforto e a fare da valvola di scarico delle tensioni del confronto, l’affrontare le domande degli inquirenti e degli avvocati diventa una prova più sopportabile.

Così è stato per una ragazzina di 15 anni, protagonista nello Stato di New York del primo caso in cui i giudici hanno ammesso durante il procedimento la presenza di un «avvocato a quattro zampe», al secolo Rosie, 11 anni, un gold retriever. Il processo si è chiuso due mesi fa con il riconoscimento di colpevolezza di Victor Tohom per reati che comportano una condanna da 25 anni all’ergastolo. L’uomo aveva violentato e messo incinta la figlia. Il giudice Stephen Greller, della Corte della Contea di Dutchess, ritenendo il suo atteggiamento minaccioso, aveva consentito alla ragazza, visibilmente traumatizzata, di portarsi appresso Rosie. Il cane, specializzato nelle terapie di sostegno psicologico alle persone sotto stress, appartiene a Dale e Lu Picard, che hanno raccontato al «New York Times» la carriera di Rosie, chiamata così in onore della celebre attivista per i diritti civili degli afro-americani Rosa Parks: prima tanti anni di lavoro nel centro di Brewster per bambini con gravi problemi mentali, e più di recente la promozione ad assistente psicologico nelle udienze più delicate che coinvolgono minori.

Nel caso Tohom, in un momento particolarmente difficile della deposizione della ragazza, Rosie, che era accovacciata ai suoi piedi, si è alzata e ha strusciato il suo naso contro di lei, come per incoraggiarla. Nelle settimane scorse la cagnetta è stata impegnata in un altro caso, «preparando» due bambine di 5 e 11 anni che dovevano testimoniare contro Gabriel Lopez-Perez, accusato di omicidio per aver pugnalato la loro madre. Quando l’assassino ha saputo che, anche grazie all’assistenza di Rosie, le due sorelline si erano convinte ad accusarlo del delitto in tribunale, si è dichiarato colpevole, evitando la testimonianza che l’avrebbe sicuramente inchiodato.

Prima che a New York, l’utilizzo di cani specializzati nell’assistere testimoni e vittime sotto choc era già entrato nella storia giudiziaria di altri Stati, dall’Arizona all’Idaho, dalle Hawaii all’Indiana. Ma questo trend rischia ora una reazione sul piano legale: i giudici della corte d’appello dovranno valutare il cosiddetto caso Rosie. La tesi degli avvocati che in tribunale sono costretti a «sfidare» il cane è che il quattro zampe mette i testimoni in buona luce davanti alla giuria, sia che dicano la verità o una bugia. David Martin, difensore di Tohom, si è lamentato in un’intervista sostenendo che «ogni volta che la bambina accarezzava Rosie era come se stesse mandando ai giurati il messaggio inconscio che lei era sotto stress perché stava dicendo la verità. Ma per me non c’era alcuna chance di contro-interrogare la cagna», ha ironizzato. E ha poi presentato una formale protesta scritta contro l’assistente del sostituto procuratore della Contea, Kristine Hawkl, per «cattiva condotta processuale». L’aver concesso la presenza di Rosie «ha inquinato il processo con una mancanza di correttezza» che costituisce una violazione dei diritti costituzionali del suo cliente, ha aggiunto Martin.

Per il giudice Greller, invece, Rosie non era concettualmente diversa dal teddy bear, l’orsetto di pezza che una corte d’appello di New York aveva ammesso come «compagno di testimonianza» di un bambino nel 1994. Per la verità, Rosie è ben più di un pupazzetto: all’Ecad (Educated Canines Assisting with Disabilities), l’organizzazione dei cani educati per assistere i disabili creata dalla famiglia Picard, ha imparato ad ubbidire ad una ottantina di comandi, dall’accendere e spegnere le luci fino ad arrivare a togliere le calze a un ragazzino senza morsicargli le dita.

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